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Che show la politica

di Paola Stringa

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11 febbraio 2010
Alastair Campbell

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«Non avevo pianificato di tornare a scrivere e tanto meno romanzi. È accaduto e basta. Quando ho un'idea mi metto al tavolo e la seguo ma, sino a quando non sono certo di quello che uscirà, non ne parlo con nessuno, neanche in famiglia. Dall'idea di Maya alla sua pubblicazione è trascorso solo un anno».

Nel nuovo libro, Maya, in uscita in questi giorni in Inghilterra, sono assenti giudizi morali sul meccanismo che genera le relazioni tra star system e mass media. Ma allora qual è il messaggio?
«Ho voluto raccontare come le persone e le relazioni cambino con la fama e il successo e come non ci sia modo di non vivere pubblicamente ogni singolo evento, una volta che si è entrati a far parte del potente meccanismo. La fama oggi è spesso conferita per motivi che non hanno nulla a che fare con il merito o il valore: questo dipende molto dalla diffusione di un modello di celebrity "a breve durata", portato avanti dalla cultura dei reality show e dei tabloid, continuamente alla ricerca di nuove storie e di nuove icone. Però, in fondo, sono un romantico e credo che invece il vero talento possa durare per sempre, come Shakespeare o i Beatles».

Simon Cowell, la mente di X Factor, sta pensando di creare un Political X Factor nel quale le questioni più scottanti siano dibattute e votate dal pubblico. Pensa che il mondo dello spettacolo e quello della politica abbiano elementi in comune?
«Ci sono moltissime similitudini tra coloro che diventano personaggi pubblici del mondo dello spettacolo, dell'arena politica o sportiva. Quello della celebrità è un concetto molto ampio ai giorni nostri: anche un primo ministro oggi può essere una celebrità. Il caso italiano è particolarmente emblematico in questo senso».

Che ruolo avrà Alastair Campbell nella campagna elettorale che tiene col fiato sospeso la Gran Bretagna?
«Aiuterò la mia causa ma non voglio più avere un lavoro a tempo pieno, dunque non coordinerò gli attivisti e non mi occuperò di fundraising. Tuttavia darò il mio contributo al Labour Party, questo è certo, consapevole del valore della sfida e di un panorama politico e mediatico molto diverso da dieci anni fa».

I laburisti possono farcela contro la giovane e postideologica destra di Cameron?
«Yes, we can. Occorre trasformare i supporters in attivisti come ha fatto Obama. Nel 1997, nel 2001 e nel 2005 la gente dava quasi per scontato che avrebbero vinto i laburisti, ora invece potrebbe esserci una vera battaglia tra Tory e Labour. A fare la differenza, come nella campagna americana, saranno i social network».

11 febbraio 2010
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